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Comunità LGBT+ e persecuzione sotto il nazismo: Cosa è cambiato nel mondo?


In occasione della Giornata della Memoria UniCa LGBT vuole ricordare le vittime della comunità LGBT+, perseguitate sotto il regime nazista per via del proprio orientamento sessuale e/o identità di genere.

La persecuzione in Germania ebbe il suo inizio ancora prima della creazione dei lager, a causa dell’emissione nel 1871 del famigerato paragrafo 175, legge che puniva con la reclusione gli uomini che avevano rapporti sessuali con altri uomini.

La legge fu poi inasprita nel 1935, portando indietro il paese in materia di diritti civili. Fu a Berlino infatti che nacquero i primi movimenti di liberazione omosessuale, agli inizi del ‘900.

È con la notte dei lunghi coltelli (1934) che si ebbe la svolta decisiva: Tra il 30 giugno e il 1° luglio vennero infatti assassinati i maggiori vertici delle SA, non solo per la loro pretesa di autonomia, la quale spaventava Hitler, ma anche perché alcuni tra i più alti vertici delle squadre d’assalto naziste erano omosessuali, tra cui il colonello Rohm e i suoi sottoufficiali Heines e Ernst.

Da quel momento le persecuzioni si fecero sempre più feroci, numerosi furono gli uomini omosessuali, le donne e le persone transgender internat* nei campi di concentramento, segnat* da un triangolo rosa. Per loro il tasso di mortalità era superiore al 60% e non solo furono vessat* dalle guardie naziste, ma molto spesso anche dagli altri prigionieri rinchiusi nei lager per altri motivi.

Alle persone transgender venne totalmente negata la propria identità di genere, erano infatti considerate per il loro sesso biologico e in base a quello si stabiliva una pena che portava, nella quasi totalità dei casi, alla morte.

Le donne omosessuali vennero invece rinchiuse in ospedali psichiatrici se considerate “ariane”, poiché il nazionalsocialismo le considerava non come persone, ma come oggetti da sfruttare al fine di dare alla nazione sempre più figli puri pronti a combattere per il grande Reich.

Coloro che si rifiutavano di adattarsi all’ideale nazista e le donne lesbiche ebree furono invece internate nei lager, in particolar modo a Ravensbrück, dove le donne venivano contrassegnate con il triangolo nero, simbolo di asocialità.

Furono oltre 100.000 le vittime delle persecuzioni (lavori forzati, esecuzioni, esperimenti, violenze sessuali, torture) nazista nei confronti della comunità LGBT+, di molti di loro non sappiamo nemmeno la storia. Le persecuzioni tuttavia non terminarono col finire della Seconda guerra mondiale, anzi, proseguirono fino alla fine degli anni ’60, con l’abolizione del paragrafo 175.

Alcuni dei sopravvissuti furono addirittura nuovamente arrestati, nell’indifferenza generale del popolo. Le scuse del governo tedesco sono arrivate solo nel 2002.

Vorremmo poter dire che questo post serve per non dimenticare in modo tale che non ci siano più oppressioni simili nel futuro, ma non è così purtroppo.

Oggigiorno ci sono numerose leggi nel mondo che puniscono coloro che appartengono alla comunità LGBT+ con la reclusione, con la tortura e/o con la morte.

In Polonia sono presenti più di 80 zone “LGBT-free” sparse in tutto il paese, apertamente approvate dal governo;

in Cecenia le persone LGBT+ vengono arrestate e condannate a morte;

in Russia la comunità LGBT+ subisce aggressioni quotidiane nell'indifferenza e tacito accordo del governo che continua a diffondere propaganda omobitransfobica;

in Zambia il mese scorso due uomini sono stati condannati a 15 anni di carcere per un rapporto sessuale consenziente;

in Nigeria la polizia organizza retate in zone LGBT-friendly e in tantissimi altri stati, colpiti in precedenza dal colonialismo, ancora si lotta per liberarsi dell'odio verso la comunità LGBT+ che da esso è stato introdotto.

Negli Stati Uniti d’America le persone transgender sono bandite dall’esercito americano.

Inoltre, in tantissimi paesi, anche in quelli considerati più progressisti, la discriminazione continua a serpeggiare anche in mancanza di leggi che la legittimano. Vi è infatti un pregiudizio, una persecuzione sistematica nascosta ma sotto gli occhi di tutti, e sembra che le violenze aumentino sempre di più.

Quindi questo non è un appello per evitare che in futuro via sia un nuovo accanimento legislativo e non, per via dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. È un appello perché queste persecuzioni cessino oggi.

Di seguito abbiamo voluto riportare le storie e le testimonianze di alcune persone LGBT+ che hanno subito i crimini del nazismo:

Henny Schermann (1912-1942)

Henny Schermann fu una donna ebrea, deportata a Ravensbruck nel 1940.

Nel retro della sua foto segnaletica vennero scritte le seguenti parole:“Jenny Sara Schermann, nata il 19 febbraio 1912 a Francoforte, non coniugata, commessa di negozio. Lesbica compulsiva frequentatrice di bar omosessuali non ha adottato il nome Sara. Apolide ebrea.”Morì in una camera a gas nell’ospedale psichiatrico di Bernburg, a soli 30 anni.

Pierre Seel (1923-2005)

Pierre Seel è stato uno dei pochi uomini, l’unico francese, a riuscire a parlare di quello che è successo nel lager in cui era stato internato a soli 17 anni. Nel 1941 venne deportato a Schirmeck-Vorbrück, nel quale vi restò per 6 mesi per poi essere liberato, reclutato al fine di servire l’esercito tedesco sul fronte russo.

Durante i mesi di prigionia a Schirmeck fu sottoposto a torture fisiche e psicologiche, lavori forzati ed esperimenti medici. Venne inoltre costretto a guardare il suo ragazzo Jo, appena diciottenne, morire sotto i suoi occhi.Pierre ebbe il coraggio di parlare solo negli anni ’80, rivelando il motivo della sua deportazione, in un periodo in cui in Francia l’omosessualità era considerata una malattia. A spingerlo a raccontare la sua storia fu la campagna omofoba portata avanti dall’allora vescovo di Strasburgo e da quel momento lottò perché La Francia ammettesse la deportazione avvenuta negli anni dell’occupazione nazista a danno degli omosessuali. Tale riconoscimento avvenne solo nel 2001.

Lucy Salani

Lucy Salani è una donna transgender italiana, deportata a Dachau a 19 anni. È una delle poche testimonianze italiane che ha documentato gli orrori dei lager per le persone deportate per via della propria identità di genere. A tal proposito, suggeriamo un documentario prodotto nel 2018 da Arcigay Ferrara Gli Occhiali d'Oro, il quale racconta della vita di Lucy.

https://www.youtube.com/watch?v=HIzBNf292P4

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